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Le sliding doors di Ruggiero Rizzitelli

condividi su facebook condividi su twitter 30-12-2016

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Le sliding doors di Ruggiero Rizzitelli

PAOLO VALENTI - Margherita di Savoia, paese di quasi 12.000 abitanti nella provincia di Barletta-Andria-Trani, è il luogo dove si trovano le più grandi saline d’Europa, le seconde al mondo. Dato molto probabilmente sconosciuto alla maggior parte dei tifosi di Cesena, Roma, Torino e Bayern Monaco, per i quali Margherita di Savoia, oltre che risultare in provincia di Foggia, è la città natale di Ruggiero Rizzitelli. Questi, infatti, sono i dati che l’album Panini riporta nel frontespizio del sua tabella statistica dalla metà degli anni ottanta fino al 2001, anno in cui l’attaccante finisce la carriera di calciatore professionista con la società cesenate, quella in cui era cresciuto e aveva esordito in serie A nel 1987-88. Trenta presenze e cinque gol, non molti per un attaccante. Accompagnati, però, da un’intensa partecipazione al gioco, corse sfiancanti e generose all’inseguimento di avversari a cui togliere il respiro per costringerli all’errore e riconquistare palla. Con queste caratteristiche Rizzitelli guadagna la convocazione nell’Under 21 e si fa notare dai direttori sportivi di tutta la serie A che, nell’estate dell’88, lo rendono uno dei pezzi pregiati del mercato. E’ la Roma di Viola che riesce ad acquistarlo per una cifra vicina ai nove miliardi di lire. E’ un anno particolare per la società di Trigoria, reduce da una buona stagione finita alle spalle del Milan di Sacchi e del Napoli di Maradona, alla ricerca di una via per riconsacrarsi al vertice di un campionato che, dopo il duello tra le regine dei primi anni ottanta, ha allargato il raggio della competizione a nuovi protagonisti. Rizzitelli arriva a rinforzare un attacco che ha subito gli abbandoni di veterani del calibro di Pruzzo e Boniek e deve ancora testare, dopo una stagione tormentata, le capacità di Rudi Voeller. Una responsabilità che, complice un assetto di squadra difficile da trovare, toglie serenità e convinzione al giovane attaccante. Provato inizialmente come esterno alto a sinistra in un 4-3-3 che prende schiaffi a destra e a manca (l’esterno di destra è Renato Portaluppi, che a Roma rimarrà famoso più per le sue frequentazioni notturne che per l’efficacia di dribbling ubriacanti più per se stesso che per gli avversari), Rizzitelli non lascia subito il segno ed è costretto a entrare spesso in partita dalla panchina. Nei momenti di crisi (e la squadra quell’anno ne attraversa diversi) l’Olimpico ne invoca l’utilizzo, aggrappandosi a lui come a una preghiera disperata:”Oh Barone, fà giocà Ruggiero” è il coro che la Sud inventa per lui. Capelli corti sui lati e arricciati sopra il colletto, buona volontà e impegno non bastano per sfondare: alla fine della stagione Rizzitelli colleziona la pochezza di venti presenze in campionato e due soli gol. Va meglio l’anno successivo nella Roma operaia di Gigi Radice che, più per necessità che per virtù, lo schiera titolare al fianco di Rudi Voeller, finalmente entrato a pieno diritto nell’Olimpo degli dei capitolini del ventesimo secolo. La coppia funziona: il tedesco vola, Ruggiero gli prepara il decollo correndo come un mastino del centrocampo a mordere caviglie e creare spazi.
Non basta, però, a riconquistare la maglia azzurra a cui era arrivato poco dopo il trasferimento a Roma: i mondiali del 1990 restano un sogno mancato, carburante di riserva per aggredire la nuova stagione con la giusta determinazione. L’arrivo di Andrea Carnevale lo riporta inizialmente in panchina: sarà una questione di doping a sottrarre il nuovo acquisto alla competizione e a riconsegnargli la maglia numero undici, con la quale disputa probabilmente la sua migliore stagione romana. Rizzitelli, ventiquattro presenze e cinque gol in campionato, è uno dei simboli di una squadra poco bella ma terribilmente efficace, soprattutto nei percorsi infrasettimanali, nei quali la Roma arriva fino in fondo. Vince la Coppa Italia battendo la Sampdoria più forte di sempre e perde di scarto contro l’Inter dei record una finale di Coppa Uefa che avrebbe meritato almeno un supplemento di gara. E’ in quella sera, il 22 maggio del 1991, che Rizzitelli gioca la partita emblema della sua vita in giallorosso e, forse, della sua carriera: la Roma ha perso 2-0 all’andata, ribaltare il risultato è difficile ma la squadra, supportata da un pubblico che i giovani di oggi non sanno nemmeno immaginare, ci crede. I primi minuti sono un inferno: ogni giocatore con la maglia giallorossa spruzza più adrenalina che sudore. Ruggiero è in prima fila, un tergicristallo che fa su e giù, corsa e dribbling, proprio come al quinto minuto quando, raccogliendo in area un campanile partito dalla trequarti, stoppa a seguire un pallone che fa fuori due difensori in un momento solo. In una frazione di secondo è davanti a Zenga: non ha bisogno di guardarlo, sa dov’è la porta. Testa bassa, trova la coordinazione per caricare un tiro che deve essere solo potenza pura. L’angolo, il palo, l’altezza da terra contano poco: quel pallone deve solo entrare, perché se scuote la rete in quel modo che visto dalla curva sembra illuminare la porta, la partita cambia e ribaltare il risultato non sarà più una spada di Damocle, il peso del mondo portato sulle spalle ma semplicemente la strada verso il paradiso. Rizzitelli scarica quel destro con tutta la forza con cui un pugile può scagliare un diretto: Zenga non ci arriva. Ma dove non può il portiere della nazionale sopraggiunge il palo, il primo, esterno, che scheggia la palla in fallo di fondo. Una frustata che lascia il segno ma non doma né la Roma nè l’attaccante che, a nove minuti dalla fine, trova la forza per segnare di sinistro in diagonale un gol che reitera di poco le speranze della squadra. Non c’è niente da fare: negli spogliatoi Ruggiero e i compagni scagliano contro i muri quelle medaglie d’argento che hanno dovuto ricevere chinando il capo mentre ripensavano a quel maledetto palo che due ore prima si era sostituito a Zenga nel cristallizzare la storia di una partita che sarebbe potuta andare altrimenti. Roba da farci un film, tipo Sliding Doors, che, nella storia di Rizzitelli, non girano per il verso giusto nemmeno cinque mesi più tardi con la maglia della nazionale. Partita decisiva con l’Unione Sovietica a Mosca, 12 ottobre: per andare agli Europei dell’anno dopo si deve vincere. C’è da rimontare un girone che, dopo le notti magiche del ’90, non è andato per il meglio. Ma basta una vittoria, in qualunque modo, per andare in Svezia l’anno successivo. Ruggiero è ancora lì, dentro l’area, a cercare quel diagonale che gli viene così bene. E che, anche stavolta, si infrange sul palo. Finisce 0-0, l’Italia è fuori. Come Vicini, congedato, più che per la mancata qualificazione, per la necessità di portare Arrigo Sacchi in nazionale. Come Rizzitelli, legato all’allenatore cesenate, che proprio nell’ultima apparizione che gli concede il nuovo CT in azzurro segna il suo secondo e ultimo gol in nazionale.
In quei cinque mesi che vanno dal 22 maggio al 12 ottobre 1991 il destino di Rizzitelli si infrange su due pali che, se il pallone che li ha colpiti avesse girato diversamente, avrebbero probabilmente cambiato la sua storia, facendo entrare anche lui nell’Olimpo degli dei capitolini del ventesimo secolo e concedendogli l’onore di rappresentare l’Italia in un Europeo che, per come andrà a finire, avrebbe potuto avere gli azzurri tra i suoi protagonisti. Le storie di sliding doors, però, riescono solo al cinema. Quella di Rizzitelli continua con la Roma per altri tre anni: corse, rincorse e qualche gol. L’arrivo di Mazzone lo spinge a Torino dove, sulla sponda granata, si scopre centravanti vero: trenta gol in sessantuno partite e, soprattutto, due doppiette nei derby con la Juventus che, in quegli anni, sta tornando grande. Poi l’esperienza al Bayern Monaco, dove lo chiama il Trap per vincere campionato e coppa di Germania prima del rientro in Italia. Piacenza e Cesena, lì dove aveva cominciato, le ultime tappe di una carriera conclusa proprio nell’anno in cui il tricolore rifiorisce sulle maglie di quella squadra che lo accolse ragazzino e lo lasciò andar via per consentirgli di raccogliere quelle soddisfazioni che due pali troppo ruvidi gli negarono quando più le avrebbe meritate.                             

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