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Da Eriksson a Di Francesco, una Roma a geometrie verticali

condividi su facebook condividi su twitter 26-09-2017

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Da Eriksson a Di Francesco, una Roma a geometrie verticali

PAOLO VALENTI - Tra non pochi timori e scetticismi, molti commentatori delle vicende romaniste hanno paventato, fino a pochi giorni fa, una somiglianza di schemi e atteggiamento tattico tra la Roma di Di Francesco e quelle guidate in passato da Zdenek Zeman. L’amore per il gioco offensivo e la dichiarata ammirazione dell’ex “Turbo” del centrocampo giallorosso per il tecnico boemo hanno insinuato nei pensieri di molti questa ipotesi, col conseguente timore di dover rivedere una nuova stagione sull’altalena di risultati roboanti e cocenti delusioni bagnate da inondazioni di gol.
Le prime partite ufficiali sembrano aver dissolto questi pregiudizi, lasciando invece intravedere delle analogie tra la squadra di oggi e quella che, allenata dall’allora giovanissimo Sven Goran Eriksson, disputò un favoloso girone di ritorno nella stagione 1985-86, alla quale un Lecce retrocesso rubò il lieto fine di una rimonta che avrebbe avuto portata epica. Vaga suggestione? Rigurgito di nostalgia? Ritorno al futuro di un passato mai dimenticato? Domande a cui sapranno rispondere con maggior precisione i prossimi impegni della Roma. Al momento quella che può sembrare un forzata riproposizione della storia può solo passare il vaglio di una verifica delle caratteristiche delle due formazioni. 
Torniamo al 16 marzo del 1986. In una domenica assolata in bilico tra gli ultimi bagliori dell’inverno e i primi tepori primaverili, una Roma lanciatissima, nonostante la sconfitta patita il turno precedente a Verona, nella rincorsa alla Juventus capolista, scende in campo proprio contro i bianconeri con una formazione che prevede una linea difensiva a quattro: Gerolin e Nela sulle fasce, Oddi e Righetti difensori centrali. Il centrocampo è a tre, con Boniek, Cerezo e Ancelotti; due gli uomini di fascia, Graziani e Di Carlo; e una punta, Pruzzo. E’ probabilmente la partita meglio riuscita di quella stagione, nella quale la Roma mostra un gioco tanto effervescente quanto efficace che fa leva su diversi atteggiamenti tattici che la squadra di Di Francesco ha dimostrato di voler praticare anche in questo scorcio iniziale di stagione.

ANALOGIE – A partire dall’assetto d’attacco, ossia quello in fase di possesso palla che, allora come oggi, era sostanzialmente riconducibile ad un 4-3-3, con due “tornanti” come Graziani e Di Carlo a fare sovrapposizione sulle fasce con i terzini di spinta (Gerolin a destra e Nela a sinistra) e un centrocampo a tre capace di difendere e proporre gioco in ugual misura. Boniek, Cerezo e Ancelotti, infatti, oltre ad avere doti di corsa resistente, erano anche in possesso di piedi buoni in grado di proporre adeguatamente la costruzione del gioco. Assetto e caratteristiche dei giocatori non così dissimili da quelli della Roma di oggi, chiamati, ora come allora, a sviluppare gioco attraverso la ricerca di geometrie verticali più che tramite un possesso palla circolare. Inoltre anche Eriksson chiedeva ai suoi di attuare il pressing in mezzo al campo per rubare palla all’avversario e ripartire. Per fare questo aveva bisogno di una linea difensiva alta ma non altissima: proprio come quella proposta in questo inizio stagione dal tecnico di Pescara.

DIFFERENZE – Ovviamente la Roma 2017-18 non è integralmente sovrapponibile a quella 1985-86. La prima differenza si rileva nella modalità con la quale si dispone in fase di ripiego: in linea di massima un 4-1-4-1 diverso dal 4-5-1 a cui ricorreva Eriksson chiedendo a Graziani e Di Carlo di allinearsi ai centrocampisti per dare maggiori possibilità al pressing di interrompere lo sviluppo del gioco degli avversari. Oggi De Rossi si stacca dalla linea di centrocampo per fluttuare a metà tra i compagni di reparto e la difesa e svolgere un ruolo da “libero” avanzato.
Altro elemento distintivo, il pressing: quello della Roma anni Ottanta cominciava sulla linea di centrocampo e non a ridosso dell’area di rigore avversaria. La regola del retropassaggio al portiere e una generale condizione fisica meno sviluppata rispetto a quella odierna suggerivano un’applicazione del concetto venti-trenta metri più indietro rispetto a quanto accade oggi. E, per finire, quella che è forse la diversità maggiore tra le due squadre: il piede invertito degli esterni d’attacco. Mentre Eriksson aveva bisogno di un mancino a sinistra e di un destro sulla fascia opposta per avere la possibilità di servire il centravanti ariete dal fondo (o gli inserimenti dei centrocampisti in area), Di Francesco opta per l’inversione: un destro a sinistra e un mancino a destra per avere una possibilità di manovra diversa sulla tre quarti che, tra le opzioni finali, contempla il tiro in porta degli esterni col loro piede naturale. Più facile l’esecuzione per l’attaccante, più complicata l’opposizione per il portiere. 

La vera Roma di Eriksson, quella splendente e rivoluzionaria del girone di ritorno della stagione 1985-86 (il Milan di Sacchi doveva ancora mostrare il suo calcio stratosferico), è rimasta nella memoria di chi l’ha vissuta senza però varcare il confine della storia. Un paragone con quella di Di Francesco, al momento, rimane più una curiosità da esegeti che un termine di comparazione effettivo per capire dove quest’ultima potrà arrivare. Un dato è certo: in più di trenta campionati la Roma non ha perso la voglia di cercare il risultato attraverso l’estetica del gioco. Con geometrie verticali e annessi pronostici da rispettare.

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