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Quando Roma-Napoli era il derby del sole

condividi su facebook condividi su twitter 12-10-2017

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Quando Roma-Napoli era il derby del sole

PAOLO VALENTI - Riuscite a immaginare un tifoso della Roma che esulta in mezzo a migliaia di napoletani? O un supporter partenopeo che in mezzo alla curva sud dispiega la sua sciarpa azzurra? Se la risposta è affermativa significa che avete passato da tempo gli anta e il calcio per voi è qualcosa di più di un semplice passatempo. Perché queste sono istantanee di altri tempi non concepibili dai ragazzi di oggi, ai quali le contaminazioni della violenza nel tifo hanno negato l’esperienza di assistere a Roma-Napoli con una cornice di pubblico che negli anni Ottanta rappresentava un momento unico nel panorama dei big match del nostro campionato. Oggi si parla di trasferte vietate e della necessità di anticipare l’orario serale per consentire alle forze dell’ordine di controllare meglio i flussi di accesso allo stadio e le sue zone limitrofe. Allora si aspettava la domenica pomeriggio, spesso tirata a lucido dal sole, per godersi un prepartita di omaggi tra tifoserie fatti di scambi di vessilli e cori di incitamento incrociati. Roma e Napoli, per Luigi Necco, giocavano il derby del sud; per Giampiero Galeazzi quello del sole. Erano esodi di massa, ventimila e più persone che percorrevano su e giù gli ultimi duecento chilometri dell’A1. Erano la Roma di Falcao e Cerezo, il Napoli di Krol e Maradona a contendere lo scudetto alla Juventus, che spesso li vinceva, a volte no. Una rivalità forte messa a comune denominatore di un gemellaggio che si ruppe bruscamente proprio l’anno che la squadra di Ottavio Bianchi, con il primo scudetto sulle maglie, arrivò a Roma il 25 ottobre 1987. Partita di vertice, incandescente, col Napoli che nel primo tempo non riesce a capitalizzare una maggiore pericolosità di gioco e occasioni e la Roma che fa altrettanto nel secondo tempo quando, in vantaggio nel risultato, 1-0, e negli uomini (undici contro nove a seguito della doppia espulsione decisa dall’arbitro Magni nei confronti di Careca e Renica), si fa raggiungere a poco più di venti minuti dalla fine senza riuscire a riprendere una vittoria che avrebbe proiettato la squadra di Liedholm al secondo posto solitario con un solo punto di distacco dai campioni d’Italia. Alla fine grosso nervosismo in campo e, quindi, sugli spalti, dove non passa inosservato il gesto dell’ombrello che Salvatore Bagni, in trance agonistica, rivolge ai tifosi giallorossi. Un episodio che, come l’attentato di Sarajevo, diventa uno spartiacque per la storia della rottura di un gemellaggio tra tifoserie che, in realtà, aveva già dimostrato delle crepe l’anno precedente, quando Bruno Giordano, centravanti azzurro dal cuore laziale, era stato fischiato dalla curva sud che, in risposta, aveva ricevuto una razione di insulti all’indirizzo di Bruno Conti da parte dei tifosi napoletani. Difficile definire con certezza i mutamenti di un rapporto rimasto saldo per molti anni e scioltosi quasi all’improvviso: la contemporaneità della competizione al vertice di entrambe le squadre, il momento di appannamento del comune rivale bianconero (la Juventus non vincerà lo scudetto dal 1987 al 1994), la propensione a non transigere su sgarbi di varia natura da parte dei gruppi ultras, portarono alla rottura definitiva di un clima di affiatamento che consentiva ai ragazzi di andare allo stadio senza essere accompagnati dalle ansie dei genitori e alle forze dell’ordine di prestare servizio la domenica senza particolari pressioni.
Diversi, nel recente passato, soprattutto dopo l’episodio della morte di Ciro Esposito, gli appelli a ricucire uno strappo vissuto con profonda esacerbazione da parte delle opposte tifoserie. I tempi non sembrano ancora maturi: sabato prossimo Roma-Napoli sarà un’altra partita su cui volteggeranno timori e divieti.

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