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Paolo Rossi, il sorriso azzurro degli anni di piombo (seconda parte)

condividi su facebook condividi su twitter 23-10-2015

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Paolo Rossi, il sorriso azzurro degli anni di piombo (seconda parte)

Il girone eliminatorio del suo secondo mundial per Rossi è un calvario. Cinque chili sotto peso, impalpabile nei contrasti, pallido in volto. Nemmeno il ricordo sbiadito dell’attaccante guizzante che aveva sorpreso il mondo quattro anni prima. L’Italia passa il turno giocando male, grazie a un pareggio chiacchierato col Camerun. L’opinione pubblica è furiosa con Bearzot e i giocatori che lui continua a difendere strenuamente nonostante l’evidenza di prestazioni ingiustificabili. Rossi è il più bersagliato: nessuno comprende perché il commissario tecnico continui ad esporlo a figuracce che ne abbattono convinzione e prestigio internazionale. La stampa si incattivisce, abbassandosi anche a grottesche illazioni sui rapporti tra lui e Cabrini. Ai più rimane difficile capire che per ritrovarsi il centravanti azzurro abbia un disperato bisogno di giocare. Probabilmente non ci crede più nemmeno lui. E’ uno di quei momenti della vita in cui solo un angelo custode ti può salvare. L’angelo di Pablito si chiama Enzo e siede sulla panchina della Nazionale. E’ l’unico in tutto il paese che crede ancora nelle sue qualità e che lo fa giocare. Così, anche nella prima partita del secondo turno, la difficile sfida con l’Argentina di Maradona campione in carica, Rossi scende in campo dall’inizio. Fa caldo al Sarrià, il secondo stadio di Barcellona, quello dove gioca l’Espanyol. L’Italia sfodera una prestazione tutta muscoli e orgoglio e anche Rossi da segnali di risveglio. Non è ancora quello visto in Argentina, quello che ha segnato gol a raffica nel campionato italiano. Ma è vivo, partecipa alla manovra, arriva davanti alla porta coi tempi finalmente giusti. La Nazionale vince contro pronostico, cominciando a sollevare un’euforia controtendenza impensabile fino al fischio d’inizio di Italia-Argentina di questo mondiale, che per noi passerà alla storia. Anche, soprattutto, per quello che succede nella gara successiva. L’avversario, questa volta, è il Brasile, uno dei più forti di sempre, quello che ha giocato per distacco il miglior calcio della competizione. Un Brasile che crede di poter vincere un mondiale senza portiere e senza centravanti. Ma, soprattutto, un Brasile che non può immaginare di dover incontrare Paolo Rossi proprio nel giorno della sua resurrezione. Primo gol dopo cinque minuti, replica dopo altri venti. Stilettata finale a un quarto d’ora dalla fine, questa volta definitiva, senza possibilità di replica anche perché un altro angelo, Dino Zoff, friulano come Bearzot, protegge sulla linea di porta il castello costruito da Pablito in un pomeriggio di sudore senza lacrime. L’Italia impazzisce, Rossi rinasce. Tutto azzerato: polemiche, offese, prestazioni scellerate. Pablito s’è desto: non esistono più stanchezza, ansia da prestazione, blocchi mentali. Ogni pallone toccato si trasforma in rete: doppietta alla Polonia in semifinale, primo gol alla Germania nella notte del Bernabeu che porta gli azzurri al compimento di un’impresa storica, inimmaginabile fino a due settimane prima. Una felicità dirompente assale una nazione impazzita di gioia che, passando uno dei momenti più delicati della sua storia recente, trova nel successo di chi la rappresenta su un prato verde un motivo di orgoglio e di speranza ai quali abbandonarsi. Rossi lo sa. Al triplice fischio dell’arbitro Coelho si unisce alla corsa celebrativa dei compagni. Gli riescono solo pochi passi, mezzo giro di campo. Lo scarico d’adrenalina lo svuota di ogni energia residua. Decide di fermarsi, sedersi su un tabellone pubblicitario a godersi lo spettacolo di uno stadio simile ad un’astronave in decollo: flash che illuminano a intermittenza le ombre degli spalti, vessilli tricolori prestati al vento, inni di felicità. Già, la felicità. Impossibile farne uno stato dell’anima. Quella vera, assoluta, vive solo in pochi attimi della vita, e Paolo sa che ne sta vivendo uno. Vorrebbe fermare il tempo perché capisce che quell’attimo sta bruciando incandescente, marchiando il suo cuore con un timbro incancellabile fino alla fine dei suoi giorni. Ma quello stesso tempo, attimo dopo attimo, scorre via, sciogliendo la felicità. Un velo di malinconia ammanta la sua gioia: non c’è punto più alto nella carriera di un calciatore. Paolo Rossi e i suoi compagni sono arrivati sulla vetta di una montagna che nessuno di loro potrà più scalare. Alla fine dell’anno arriverà il Pallone d’Oro, due anni più tardi uno scudetto con la Juventus e la Coppa delle Coppe. Ma niente, per lui e per altre decine di milioni di italiani, sarà comparabile alle emozioni dell’11 luglio 1982.          

Rossi è in campo anche nella tragica notte dell’Heysel, ultima apparizione con la maglia bianconera. Poi il passaggio al Milan, dove ritrova il presidente dei tempi del Lanerossi Vicenza, Giuseppe Farina. Stagione declinante, con buona parte del campionato perso per infortunio e appena due gol, nel derby finito 2-2. E’ l’anno dei mondiali in Messico, quelli dell’86. Paolorossi non è più un ragazzo ma un uomo di trent’anni sul finire della carriera. Bearzot è alla sua ultima avventura con la nazionale e, per motivi legati più alla necessità di costruire un gruppo che funzioni che per meriti tecnici, inserisce Pablito nella lista dei ventidue. Il suo terzo mondiale Rossi lo vive da spettatore, senza scendere in campo nemmeno un minuto. Un’esperienza malinconica come quella della squadra, incapace di costituire una valida alternativa agli eroi di Spagna e facilmente eliminata dalla Francia di Platini negli ottavi di finale.

La stagione successiva, l’ultima prima del ritiro, Paolo si trasferisce a Verona, dove segna gli ultimi quattro gol della carriera, dei quali solo uno su azione. Nel 1987, complice un fisico che non lo supporta più, arriva il momento di farsi da parte.               

Oggi il capocannoniere di Spagna ’82 è un apprezzato commentatore televisivo. Sul viso da ragazzo le increspature di stanchezza si sono consolidate nelle rughe dell’età; sulla capigliatura ancora folta sembrano sbriciolarsi spruzzi di neve. Ma per chi ha scolpito nella memoria le sue gesta indelebili, Paolo Rossi rimane il sorriso azzurro degli anni di piombo.    

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