Pillole di saggezza

Febbre da Cavillo

condividi su facebook condividi su twitter 22-02-2017

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Febbre da Cavillo

GABRIELE NOBILE – Ieri la società, che sta curando insieme alla AS Roma, il progetto del nuovo stadio, ha organizzato per i media un tour tra le rovine di quello che era lo spazio di Tor di Valle dedicato al trotto. Al di là dello stato fatiscente dell’intero perimetro di Tor di Valle, evidente ad occhio nudo, c’è da sottolineare la mossa “politica” di come la parte proponente abbia voluto far vedere a tutti, sperando che i giornalisti ed i media in generale in qualche modo potessero fare da cassa di risonanza, lo stato delle cose.

Una “mossa” dettata da una situazione quasi comica, dove, all’interno di un iter già complesso di suo, si è inserito il tanto contestato “Procedimento di dichiarazione di interesse culturale” firmato dalla soprintendente alle Belle Arti, Margherita Eichberg - documento – che condensa le opinioni di archeologi, architetti e paesaggisti che afferma, in sintesi, che l’ippodromo realizzato nel 1959 per le Olimpiadi di Roma 1960  rappresenta “Un esempio rilevante di architettura contemporanea“ e che in caso di costruzione di edifici che vadano a sostituire quelli esistenti “Non dovranno essere superati l’altezza e la densità attuali“. Il testo finale poi è da applausi: “La struttura è tutt’ora fruibile, anche per le visuali che da essa si godono, non solo della pista, ma anche del contesto urbano circostante, la tribuna costituisce un unicum dal punto di vista dimensionale”.

Difficile entrare nel merito per chi non ha 3 lauree, una in architettura, un’altra in urbanistica ed un'altra ancora in psicologia, utile per capire cosa frulla nella testa di questi signori; sembra un paradosso, ma dopo aver visto con i propri occhi lo stato di degrado dell’area in questione, abbiamo la certezza che il “vincolo” predisposto dalla valorosa Eichberg sia più che altro un “cavillo” privo di senso logico: una “Febbre da Cavillo” anche in omaggio al film di “Steno” che rese famoso l’ippodromo (e la tribunetta) grazie alla magistrale interpretazione di Mandrake e der Pomata.

Ci scuseranno gli eredi dell’architetto Julio Garcia Lafuente ma tra lui e Mandrake non c’è partita.

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